Per vent’anni hanno preso in giro FileMaker perché “nascondeva il codice”. Adesso pagano l’AI per farselo scrivere.
Per anni ci siamo sentiti dire che FileMaker era:
- troppo poco web,
- troppo poco open,
- troppo poco moderno,
- troppo poco “vero sviluppo”.
Troppo poco pieno di parentesi graffe da far felice un senior React developer con tre monitor, quaranta tab aperte e una dependency crisis emotiva ogni due settimane.
Poi è arrivata l’AI.
Qualche giorno fa Ryan McCann ha pubblicato sul blog Claris un editoriale dal titolo “How Claris Is Building for What Comes Next”. Che sulla carta sembra il classico articolo corporate sull’AI: futuro, piattaforme, innovazione, trasformazione, “stiamo costruendo il domani” e tutto il pacchetto keynote-tech-2026.
E infatti, in parte, lo è. Però dentro quella fuffa marketing c’è una frase molto più interessante di quanto sembri: “The industry is scrambling to build what Claris FileMaker has always been.”
Ed è qui che la faccenda diventa quasi comica. Perché tradotto dal corporate significa più o meno:
“Aspetta un attimo. Ma non è che mentre tutti cercavano di costruire l’ennesimo framework AI-native… hanno accidentalmente ricominciato a reinventare FileMaker?”
E la parte ironica è che forse non hanno nemmeno tutti i torti.
Il codice sta diventando economico. E questa cosa farà impazzire parecchia gente.
Perché oggi puoi aprire Claude, Cursor, Copilot, Lovable, V0 o il tool AI del mese finanziato da qualcuno in California con un cappellino minimalista… e generare software in una velocità che fino a poco fa sembrava fantascienza.
CRUD. Dashboard. Form. Workflow. API. Frontend. Refactor. Autocomplete. Tutto.
Il codice sta diventando economico. E questa cosa è molto più grossa di quanto sembri. Perché per anni una parte enorme dell’industria tech ha confuso la complessità del tooling, con il valore reale del software. Più il setup era traumatico, più sembrava “serio”. Più layer avevi, più sembrava enterprise. Più dipendenze esplodevano durante il deploy, più sembrava vera ingegneria.
E adesso arriva l’AI e dice: “Guarda che quella parte posso fartela io a 20 euro al mese”, che diventa un vero problema esistenziale per un settore che per anni ha costruito identità professionali attorno al fatto di saper scrivere codice più velocemente degli altri.
E qui arriva la parte veramente ironica. Per anni FileMaker è stato trattato come:
- “quello facile”,
- “quello per chi non sa programmare”,
- “quello che nasconde il codice”.
Adesso l’intera industria tech sta investendo miliardi per costruire AI il cui obiettivo principale è… nascondere il codice. Ed è qui che l’editoriale di McCann diventa interessante davvero.
Il problema è che creare un’applicazione non significa costruire un sistema aziendale.
Perché dopo tutta la parte “future of AI”, Claris continua a martellare sempre sugli stessi concetti:
- security,
- governance,
- deployment,
- maintainability,
- operational reliability.
McCann parla esplicitamente della necessità di costruire: “secure, scalable, and maintainable systems.”
E questa frase è il cuore vero di tutta la faccenda: un’app AI-generated e un sistema aziendale sono due cose completamente diverse. Una demo funziona benissimo:
- finché i dati sono puliti,
- finché gli utenti sono due,
- finché nessuno cambia processo,
- finché non devi storicizzare nulla,
- finché non arriva il primo import CSV partorito direttamente dall’inferno.
Ma la demo non basta quando si arriva alla realtà aziendale, che è sempre un organismo mutante fatto di:
- workflow accumulati in dieci anni,
- eccezioni mai documentate,
- dati sporchi,
- utenti creativi o oppositivi,
- procedure “temporanee” diventate mission critical,
- file Excel che nessuno osa più toccare,
- e sistemi che sopravvivono solo grazie alla paura collettiva di spegnerli.
L’AI è bravissima a creare applicazioni, ma un sistema aziendale non è un’applicazione. Una applicazione è un compromesso operativo vivente che qualcuno dovrà mantenere funzionante anche quando tutto il resto inizierà lentamente a degenerare.
E qui arriva la parte quasi offensiva per tutto il settore.
“The industry is scrambling to build what Claris FileMaker has always been.”
Più ci pensi, più questa frase di McCann diventa quasi comica.
Perché chi lavora con FileMaker sa benissimo una cosa: i sistemi aziendali veri non nascono quasi mai “enterprise”. Mutano: il piccolo CRM diventa un ERP, lo script “temporaneo” sopravvive dieci anni, il workaround diventa architettura ufficiale.
E a un certo punto nessuno ha più il coraggio di spegnere nulla perché ormai tutto dipende da tutto.
Ed è qui che secondo me il mondo AI-native sta sottovalutando il problema.
Perché l’AI rende facilissimo creare software. Ma appena abbassi il costo di creazione, aumenti anche:
• il numero di strumenti,
• il caos operativo,
• i workflow improvvisati,
• le applicazioni “temporanee” diventate mission critical.
Per anni FileMaker è sembrato poco moderno perché era troppo vicino ai problemi reali delle aziende. Adesso che il coding sta diventando la parte facile, quei problemi reali sono improvvisamente tornati al centro.
La parte interessante è che Claris non sta nemmeno provando a vincere la guerra “cool”.
E secondo me questa è la vera lettura strategica dell’articolo di McCann. Perché Claris sa benissimo di non poter vincere la battaglia del framework più moderno, dello stack più trendy, dell’ecosistema più open, della developer experience piena di terminali cyberpunk e README con badge colorati.
Quella guerra ormai appartiene a Next.js, Supabase, Cursor, Claude, e a qualche startup AI-native che cambia nome e pricing ogni tre settimane. Infatti è interessante vedere dove McCann insiste davvero:
- deployment,
- infrastructure,
- operational reliability,
- release independence,
- maintainability.
Cioè tutte le cose noiose, quelle che nessuno mette nelle demo AI su YouTube perché non fanno views.
Nessuno fa un keynote dicendo: “Guardate questa incredibile gestione dei permessi utente e delle policy di backup.” Eppure è esattamente lì che un’applicazione smette di essere un giocattolo e diventa un sistema operativo aziendale. Che poi è anche il motivo per cui moltissimi prototipi AI-generated oggi sembrano incredibili… finché non li fai toccare a un’azienda vera.
Perché il problema non è generare software. Il problema è mantenere sistemi adattabili senza perdere controllo. Ed è qui che secondo me Claris ha appena trovato accidentalmente il miglior posizionamento possibile nell’era AI.
Non: “siamo il futuro del coding”. Ma: “ok, adesso che tutti possono creare software… chi si occupa del casino che arriva dopo?”
E forse il punto finale è proprio questo.
La parte più interessante dell’articolo di McCann non è nemmeno l’AI. È quando smette per un attimo di parlare da executive Claris e descrive il valore reale della community FileMaker:
“The shift happening in our industry only amplifies the importance of what you do.”
E ancora di più quando arriva alla frase probabilmente più importante di tutto l’articolo:
“When code becomes abundant, the people who understand context become the scarce resource. That resource is this community.”
Perché chi lavora davvero sui sistemi aziendali lo sa benissimo: il problema non è mai stato scrivere ogni singola riga di codice. Perché Claude può generare una demo. Cursor può scrivere codice. Supabase può darti un backend.
Ma quando venerdì alle 17:46 il database si blocca, il commerciale ha già confermato l’ordine sbagliato, il magazzino ha spedito metà materiale e l’amministrazione vuole capire chi ha modificato cosa… l’azienda non chiama Claude. Chiama TE.
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